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La
questione transculturale tra spettacolo, discorso ed esperienza formativa.
Nell’epoca del ‘Villaggio
globale’ e di ‘Internet’ le lingue e le menti vengono manipolate su grande
scala secondo una strategia globale di ‘ipnotico consumismo’, che per
questioni di marketing promuove l’appiattimento delle differenze e dei
valori tradizionali. Ciononostante negli ultimi anni si è sviluppata, un
po’ in tutto il mondo occidentale, una sperimentazione che ha favorito
l’incontro tra diverse culture tradizionali, soprattutto in campo
musicale, teatrale e artistico. Tutto ciò viene generalmente considerato
dall’‘industria culturale’ e dalle amministrazioni pubbliche quasi solo
come un canale alternativo di intrattenimento e spettacolo. Invece questo
scambio attivo transculturale è molto importante per la collettività ed
anche per la formazione dell’essere umano a livello individuale. Infatti,
l’obiettivo della arti della vita delle diverse antiche culture è
quello di coltivare e di curare la vita interiore e collettiva dell’essere
umano. Dunque lo scambio transculturale va ben oltre la dimensione dello
spettacolo, esso andrebbe più attentamente valutato in quanto può offrire
contributi assai significativi per l’evoluzione delle concezioni e delle
pratiche artistico-culturali, ma anche di quelle pedagogiche e
terapeutiche.
Ciò può avvenire (ed avviene)
attraverso seminari, incontri e lavori di gruppo, per mezzo dei quali si
esperiscono tecniche, forme, contenuti e simboli che provengono dalle
diverse culture d’origine, ed anche dalla nostra stessa tradizione.
Attraverso questa via delle tradizioni è possibile entrare in contatto con
l’energia dell’"archetipo", ovvero con l’origine comune, primordiale,
dell’ anima mundi. Questa origine non è una remota ‘archeologia
culturale’, ma è un fenomeno energetico che è sempre presente, in quanto
radice viva della vita stessa dell’essere umano. Ricordiamo che secondo
C.G.Jung gli "archetipi" presiedono da sempre alla psiche umana, e
costituiscono i ‘formanti’ dell’ "inconscio collettivo".
Queste tematiche evidenziano
che vi è un trait-d'union antropologico tra i mondi della
sperimentazione teatrale, della psichiatria transculturale e della ricerca
spirituale (si pensi agli importanti studi di E. De Martino). Inoltre,
Come ha evidenziato U. Galimberti vi è un filone di ricerca
‘psico-antropologica’ che consente di individuare corrispondenze tra la
"psicologia analitica di Jung e le rappresentazioni collettive di
Lévy-Bruhl". Dice Galimberti:
Questo filone di ricerca
vuole individuare nella vita dei primitivi simboli e archetipi, intesi
come modelli originari della psiche, in cui sono reperibili le forme della
sua evoluzione. Sede di questi modelli è per Jung l'inconscio collettivo
dove è "la storia non scritta dell'uomo da tempi immemorabili
[...].Rendersene conto è necessario non solo per conservare i tesori
incomparabili della nostra civiltà, ma per aprirsi una nuova via ad
antiche verità che, per la stranezza del loro simbolismo, sono perdute per
la nostra ragione.
Dunque, sebbene le tradizioni
siano estremamente differenziate, esse, nei loro riti, miti, racconti
esprimono fondamenti archetipici comuni, poiché tutte queste espressioni
nascono dal profondo della natura istintuale e spirituale dell’anima
umana, che ha una sua essenza indipendente da ogni variabile culturale.
Avere la possibilità di lasciarsi toccare da esperienze
artistico-culturali che risvegliano in ciascuno la coscienza di essere
partecipi di un senso universale e ‘superiore’, può aiutare molto
l’individuo e l’umanità intera. Per questo motivo ultimo, di rinascita e
di armonizzazione, in tutte le antiche tradizioni sono state create danze,
canti, poemi, immagini, riti. In un’epoca come la nostra, di high-tec
e di supremazia dei valori scientifici e consumistici, è necessario
rendersi conto che l’essere umano, se vuole davvero servirsi nel bene
delle sue invenzioni e scoperte, deve vigilare sui tesori della saggezza
tradizionale, affinché non vengano perduti per sempre i suoi propri valori
vitali, i suoi misteri, le sue vibrazioni più fini, che nessuna macchina o
scienza potrà mai esaustivamente analizzare o simulare in
profondità.
Quindi, in questo breve
articolo vorrei sottolineare che esistono campi di ricerca e di esperienza
attiva in cui la questione transculturale non è solo un discorso
scientifico-culturale o uno spettacolo, ma una pratica concreta per
coltivare le arti della vita. Una possibilità di sperimentare tali
arti è l’"antropologia teatrale", di cui qui di seguito forniamo
alcuni cenni ed anche, in conclusione, un breve indirizzario di centri e
associazioni che ne organizzano e ne favoriscono la
sperimentazione.

Milon Mela:
Theatre House ABANI BISWAS
Antropologia
teatrale per esperire le tecniche del corpo e dell’ anima.
L'antropologia, come si sa,
studia l'essere umano in funzione dei fenomeni culturali originari, tra
cui anche il teatro, e quindi le sue diverse concezioni, forme e modalità.
Ma l'"antropologia teatrale" nel senso che le ha
conferito E. Barba, non è 'antropologia del teatro' quanto una metodologia
empirica di ricerca e di sperimentazione attiva sul "comportamento
fisiologico e socioculturale dell’uomo in una situazione di
rappresentazione".
A livello di ricerca
l’antropologia teatrale consente un mantenimento 'in vitro' di pratiche
psicocorporee ed espressive che si stanno perdendo perché non possono
essere più tramandate secondo le regole del passato. Si tratta di pratiche
che non possono essere solo narrate e descritte poiché esse costituiscono
forme di esperienza e di conoscenza dell’energia vivente. A livello
formativo l’antropologia teatrale necessità del livello di ricerca, cioè
di ricercatori/performer che abbiano acquisito un elevato grado di
preparazione e che possano dunque svolgere funzioni di insegnamento e di
guida. In tal senso elementi di antropologia teatrale possono costituire
esperienze e training formativi per operatori dell’ educazione, per
terapeuti, artisti e quindi anche per gli allievi (con applicazioni
specifiche che possono riguardare anche i bambini e gli
adolescenti).
L'antropologia teatrale è
dunque anche un modo per riscoprire, divulgare e valorizzare, il
patrimonio mitico-culturale rappresentato dai riti e dai miti delle
diverse culture d'origine. I grandi del teatro contemporaneo del secondo
novecento - Grotowski, Brook, Barba - hanno elaborato una importantissima
ricerca pratico-teorica sulle "tecniche del corpo", dando così l’avvio
anche all’investigazione attiva nel campo dell'antropologia teatrale.
L'espressione "tecniche del corpo" è stata ripresa da M. Mauss che in un
saggio del 1936 l'aveva coniata per indicare l'utilizzo del corpo come
primo oggetto tecnico dell'essere umano, sia nelle attività quotidiane e
sia in quelle extra-quotidiane, nell’ambito delle arti marziali e delle
pratiche magico-sacrali.
L'antropologia teatrale ricerca
come queste tecniche extra-quotidiane possono essere rielaborate nella
costruzione di un training attoriale ed artistico.
Le attività del training
, come ha spiegato E.Barba, possono essere considerate di due tipi (anche
se in effetti sono fortemente integrate le une alle altre): attività
pre-espressive ed attività espressive.
Si tratta di attività basate su
tecniche psicocorporee, quindi su tecniche del corpo e dell’anima, che
contribuiscono allo sviluppo di una più raffinata sensibilità e di precise
abilità nell’azione, nell'uso della voce, nella concentrazione e nella
percezione. In tal senso le attività pre-espressive sono preparatorie
della espressione e possono quindi essere considerate nel senso di una
propedeutica formativa.
Le attività di tipo espressivo
invece, mirano ad una partecipazione e ad una incentivazione delle
potenzialità artistiche individuali e di gruppo. Ciò avviene attraverso
azioni performative: danza, canto, poesia, narrazione vocale e
gestuale, drammatizzazione, utilizzo di materiali plastici e figurativi,
strumenti musicali (quasi mai elettronici) ed elementi naturali (ad
esempio l'acqua, il fuoco, la terra e i suoi frutti).
Sia nelle attività
pre-espressive che in quelle espressive, la parola e il gesto
convenzionali, sono utilizzati al minimo, e quasi solo per necessità
pratico organizzative, la 'chiacchiera' lascia il posto al silenzio. Un
silenzio che è innanzitutto interiore, poiché solo quando la mente si
acquieta in seguito alle speciali attività pre-espressive che comportano
presenza, attenzione, disciplina, vi può essere una ‘vera’ concentrazione,
nel senso che la mente diviene come il ‘centro stabile da cui muove
l’azione’. Per quanto mi riguarda ho sperimentato ciò che qui sto cercando
di esporre a parole nell’ ambito del Parateatro condotto da Rena Mirecka –
prima interprete femminile del Teatr Laboratorium fondato da J.Grotowski -
ed Ewa Benesz - sua diretta collaboratrice per molti anni. Il Parateatro
inizialmente ideato da Grotowski, può essere a mio avviso, una modalità di
elevatissimo livello anche per esperire tecniche e tematiche
dell’antropologia teatrale, purché i conduttori abbiano compiuto una
grande e speciale ricerca su se stessi.
In questa particolare
esperienza - in cui si sviluppano training e processi creativi che
mettono alla prova l’autenticità di sé e del gruppo - anche quando
un’azione fisica si sviluppa congiuntamente alla parola, questa è una
parola poetica, che nasce da un testo intriso di valori ideali e
spirituali, un testo scritto in un libro o che è stato ispirato da una
'voce interiore', la quale ha una sua misteriosa saggezza che supera i
limiti dell’Io. Qualcosa di transpersonale parla in noi – un’entità
trascendente, simile alle creature angeliche del sogno, delle leggende e
dei miti misteriosi - qualcosa o qualcuno che è insieme noto e
inconoscibile, che la mente, divenuta aperta e silenziosa, può ascoltare
ed attivare nell’azione. Solo allora l’azione può sbocciare spontaneamente
come sboccia una rosa, tutta gravida di sensibilità, di meraviglia e di
amore…
E’ così che l’antropologia
teatrale ci offre la possibilità di fare esperienza di noi stessi, della
nostra interiorità e delle potenzialità espressive e ricettive del nostro
corpo-mente, avvalendosi di insegnamenti e di tecniche provenienti dalle
diverse culture d’origine. Ciò vuol dire avere la possibilità di stabilire
un contatto diretto tra allievi, maestri ed esperti, affinché possano
trasmettersi insegnamenti non solo con le parole, ma con l’azione,
l’interazione, la verifica. Ciò vuol anche dire sperimentare su se stessi
gli insegnamenti ricevuti, considerarli un dono di energia per sviluppare
la propria autonomia e soggettività, e quindi per scoprire la via per
diventare maestri di se stessi.
A livello socioculturale
l’antropologia teatrale - intesa come pratica artistica e insieme cura di
sé - cerca di ricevere e di trasformare creativamente gli stimoli e le
sfide che provengono dall’intensificarsi di una dimensione transculturale
della società, senza però rinunciare all’immaginazione soggettiva, al
sogno e alla fantasia che provengono dal mondo interiore di ciascuno. La
filosofia di fondo di questo modo di ‘fare antropologia’ e di "fare anima"
attraverso le arti, l’azione performativa e la ricerca su se stessi,
consiste nel praticare con creatività e disciplina gli insegnamenti
originari della nostra cultura e di culture differenti dalla nostra, le
quali conservano valori e simboli fondamentali per il benessere
dell’individuo, della società e dell’ambiente.
L’antropologia teatrale dunque
può indicare ad artisti, intellettuali, pedagoghi e terapeuti, una strada
attiva di conoscenza e di trasformazione, che fa tesoro degli scambi
transculturali al fine di praticare con concretezza l’arte di essere
umano…
- Albedo, Associazione
culturale per l’Immaginazione attiva, Via G. Alessi 8, 20123 Milano - tel.
02/8376990

Il Teatro Interiore
Laboratori 2000-2001
Psicodramma – Teatroterapia – Parateatro
Itinerario di ricerca e pratica
sull’azione attoriale e artistica come esperienza psicoterapeutica,
formativa ed espressiva.
10 incontri con Giulio Gasca, Wilma
Scategni, Anna Ruschena, Ewa Benesz
L’itinerario nasce dall’esigenza di
esplorare il collegamento tra i mondi della creatività attoriale e
della crescita interiore. L’espressività psicocorporea è una via
creativa per dare forma alla propria interiorità, per conoscersi,
per armonizzarsi, per essere in equilibrio con il proprio sé e con
l’altro.
Psicodramma – Teatroterapia –
Parateatro sono ambiti di esperienza di gruppo che possono avere
molteplici forme di attuazione e differenti riferimenti teorici.
Attraverso questo itinerario esperienziale, diretto da conduttori
altamente qualificati e di grande esperienza, proponiamo alcuni
percorsi di ricerca che da molti anni stiamo praticando e ai quali
ci sentiamo vicini.
Le esperienze proposte si sviluppano
attraverso otto incontri domenicali di carattere laboratoriale e
della durata di un giorno. E’ possibile partecipare ad un solo
incontro o anche a tutti, sulla base delle modalità di partecipazion
(vedi retro).
Il calendario prevede: quattro
incontri di Psicodramma secondo l’approccio junghiano e
individuativo, diretti rispettivamente da Wilma Scategni e da
Giulio Gasca - Un laboratorio di Playback Theatre secondo il
metodo originario ideato da J. Fox, e uno di Psicodramma classico
moreniano, entrambi diretti da Anna Ruschena - Due laboratori di
Parateatro grotowskiano diretti da Ewa Benesz, formatasi
nell’ambito del celebre Teatro Laboratorio fondato da Jerzy
Grotowski in Polonia.
La Associazioni
culturali Albedo,
Methodotre e Playback: Teatro della spontaneità, che hanno
collaborato per progettare e organizzare questo itinerario
esperienziale, operano senza alcun scopo di lucro, nel campo delle
arti, della cultura antropologica e teatrale, della formazione e
della terapia, entro una dimensione di ricerca scientifica,
artistica, secondo uno spirito di grande spontaneità, serietà e
passione.
Dunque, la nostra proposta è rivolta
ad artisti, educatori, insegnanti, terapeuti, operatori
socioculturali e di comunità, ma soprattutto a tutti coloro che
desiderano lavorare su se stessi e sulla relazione interpersonale,
per cercare di dare alla vita un senso più armonioso, profondo ed
autentico.
Pier Pietro Brunelli

Intervento di Pier Pietro Brunelli al simposio:
"La reivenzione del corpo"
a cura
del Club PSOMEGA.
Circolo
De Amicis, Milano 3 dicembre 1998.

Antropologia
teatrale e mind-body problem.
Performance, neuropsicologia,
Giove e Saturno...
L' articolo che ho pubblicato
nel volume di Psomega, che qui oggi presentiamo, parla di alcuni aspetti
del Parateatro del maestro polacco Jerzy Grotowski. L' articolo si
intitola l' Arte di non recitare... Non recitare perché il
parateatro non è una forma di spettacolo, ma un'attivita gruppale di
carattere espressivo per consentire un' esperienza formativa a livello
psicofisico, creativo e spirituale. Dunque nel Parateatro si ricerca
un'esperienza di decondizionamento dalla maschera sociale e dai ruoli,
dagli schemi percettivi e interpretativi affinché il soggetto possa
avvicinarsi a se stesso, alla sua autenticità; in tal senso si cerca di
imparare a 'non recitare' poiché la vita quotidiana ci conduce molto
spesso ad una situazione di recitazione più o meno inconsapevole (si pensi
agli studi di Goffman sulla "vita quotidiana come rappresentazione"). Ma per questo decondizionamento,
occorrono tecniche e insegnamenti, così, Grotowski e Barba, intorno agli
'70 hanno proposto un campo di esperienze extra-teatrale nel quale fosse
possibile sperimentare le 'tecniche del corpo' (come le ha definite l'
antropologo M. Mauss): si tratta di tecniche psicocorporee riferite alle
diverse culture d' origine. Queste tecniche servivano a rendere efficiente
lo strumento corporeo, il più primordiale tra gli strumenti, per diverse
attività, da quelle più quotidiane, come il lavoro, l' accudimento della
prole, alle attività extraquotidiane, come la guerra, la guarigione, la
propiziazione, e quindi il rito. L'investigazione attiva di queste
tecniche psicocorporee extraquotidiane ha determinato il campo dell'
antropologia teatrale, al fine di studiare in senso teorico-pratico "il
comportamento fisiologico e socio-culturale dell' uomo in una situazione
di rappresentazione" (Barba).
Da molti anni mi occupo
attivamente di queste ricerche, ed un punto fondamentale in senso teorico,
ma anche pratico ed esperienziale, si incentra nel mind-body
problem: la relazione mente corpo. Allora, per esprimere in poche
battute quali siano i discorsi e le azioni nell' ambito dell' antropologia
teatrale, per quanto attiene al mind-body problem, vi propongo tre
brevi riflessioni argomentative: la prima è di natura aneddotica, la
seconda di natura scientifica e la terza di natura mitologica. Non ho
tempo qui per provvedere alle liaison, cioè per argomentare con
precisione le correlazioni e le ipotesi che si possono articolare intorno
a questi tre 'fatterelli'. Lascio dunque a voi questa riflessione e per
quanto mi riguarda la rinvio ad un' altra sede, purché sia dello stesso
livello di gradevolezza e di sapienza di quella in cui ci troviamo
oggi.
Veniamo dunque all' aneddoto.
Si tratta di un aneddoto raccontato da Grotowski. Egli si trovava ad
assistere ad uno spettacolo di due danzatori dervisci: questi erano padre
e figlio. Dapprima danzò il figlio, e la performance fu ineccepibile. Poi
danzò il padre, la stessa danza, e anche questa volta la performance fu
eccezionale. Ma, nell' ascoltare i commenti di due spettatori, all'
orecchio di Grotowski giunsero le seguenti battute: " Sia il figlio e sia
il padre sono stati bravissimi" disse uno dei due spettatori, e l' altro
rispose "Eh già! Però il padre non aveva aloni di sudore sotto le
ascelle".
Cosa può voler dire questo
particolare apparentemente così banale? Intanto, escludiamo che la
traspirazione del figlio sia dovuta ad una prerogativa biologca delle sue
ghiandole sudorifere, e pertanto è più lecito pensare che il figlio fosse
più emozionato del padre; infatti come sappiamo la sudorazione, che si
correla al riflesso psicogalvanico della pelle scientificamente
misurabile, è indice, assieme ad atri indici somatici e fisiologici
(espressione facciale e posturale, battito cardiaco, dilatazione e o
restringimento pupillare, pressione arteriosa, ecc. ) di uno stato emotivo
che si correla a determinati comportamenti ed espressioni. Diciamo allora
che il padre si trovava in uno stato emotivo più equilibrato rispetto allo
stato del figlio. Probabilmente perché il padre aveva acquisito così bene
la struttura della danza da potersi permettere una concentrazione totale
della mente sull' azione che stava compiendo in quel momento. Se per il
figlio esisteva ancora la preoccupazione del pubblico, il rammemorarsi
della tecnica, il recitare una performance, per il padre esisteva soltanto
l'azione della danza in quel momento, sicché il suo corpo era
'trasparente'. Era 'trasparente' nel senso di costituire il minimo
ostacolo, o un ostacolo impercettibile tra il soggetto e la sua azione
fisica, tra la mente e l' atto. Con questa prospettiva Grotowski
attualmente a Pontedera sperimenta le tecniche dell' azione fisica, ovvero
la possibilità di esperire una coincidenza tra mente e corpo nell' azione
performativa.
Lasciamo per ora questo
aneddotto e le molteplici riflessioni e informazioni che ad esso
potrebbero aggiungersi e passiamo al 'fatto' di natura scientifica, alfine
di meglio specificare il dibattito intorno al mind-body problem. In
termini estremamente semplificati vi riporto una delle più recenti teorie
dell' emozione elaborata nell' ambito di una nascente branca delle
neuroscienze: la 'neuropsicologia affettivà, la quale si distingue dalla
'neuropsicologia cognitiva' perché si occupa non tanto degli aspetti
computazionali della mente, quanto delle emozioni e dei sentimenti, e
quindi delle sostanze endogene, in particolare i neuropeptidi, che sono
correlate fisiologicamente con tali emozioni e sentimenti. La teoria di
cui vi accenno è conosciuta con il nome di teoria "vascolare della
efferenza emotiva". Essa deriva da recenti considerazioni sull' anatomia
della carotide e della giugulare che consentono una sorta di biforcazione
del sistema vascolare, per cui un ramo va ad irrorare di sangue il
cervello, un altro ramo, prima di arrivare al cervello, va ad irrorare il
cranio e tutta la faccia. Sembrerebbe che questo secondo ramo abbia una
funzione di regolazione del sangue che giunge al cervello. E' come una
valvola di sicurezza, se i muscoli facciali sono tesi, diminuisce il
sangue al cervello, se sono rilassati aumenta. Ulteriori studi, che
risalgono ad una decina di anni fa, hanno rivelato che questo sistema di
regolazione non riguarda tanto il flusso, quanto la temperatura del sangue
arterioso che va al cervello. Questa regolazione termica avviene da parte
del sangue venoso della giugulare esterna che dopo essere passato nella
vena fronte-oculare, la più estesa, e quindi attraverso tutta la faccia,
svolge una funzione di radiatore rispetto al sangue arterioso della
carotide interna, da cui parte il sangue che va al cervello (naturalmente
questo percorso e questa funzione del sangue viene qui esposta in modo
molto semplificato). Se le tensioni facciali implicano un maggior afflusso
di sangue venoso questa funzione di radiatore di raffreddamento del sangue
venoso si indebolisce. Quindi il sangue arterioso può essere un po' più
caldo o un po' più freddo, esso va ad irrorare prima il talamo e poi l'
ipotalamo, provocando un alterazione della temperatura di quest' ultimo
rispetto alla temperatura rettale (si parla di variazioni inferiore ad 1
grado). Ciò comporta una differenza nella regolazione dei
neurotrasmettitori, quindi ad esempio della dopamina, e della serotonina,
con le conseguenze comportamentali ed emotive che ne derivano. Se ad es.
si aumenta la serotonina si percepisce euforia e benessere, se si ha un
rilascio si instaura un umore depressivo. Vedete dunque che parlare del
corpo vivente, vuol dire subito confrontarsi con il mind-body
problem, e che l' intento delle neuroscienze è quello di trovare una
corrispondenza meccanicistica tra corpo e mente. In questa prospettiva,
sofisticati esperimenti, sia di carattere psicosomatico, sia
somatopsichico, hanno dimostrato che variazioni della temperatura
ipotalamica dovute alla tensione o al rilassamento dell' espressione
somatica facciale e alle conseguenti variazione di flusso sanguigno di cui
abbiamo parlato, sono correlabili a determinati stati mentali, più o meno
piacevoli, o più o meno rilassati.
Da ciò sembrerebbe che per
stare bene basterebbe abbassare la temperatura ipotalamica, magari
mettendo un pezzo di ghiaccio sulla fronte e rinfrescandosi quindi il
cervello. Ma anche se si tratta solo di una correlazione temperatura-stato
d' animo e non di una relazione causa-effetto, come d' altronde
giustamente le neuroscienze affermano, è impossibile correlare in modo
'fine', o anche solo in modo appropriato la sensibilità soggettiva di uno
stato d'animo a stati d' ordine biochimico.
Il problema è che il modello
espistemologico delle neuroscienze porta spesso a scambiare l' effetto con
la causa, o comunque a considerare lo stato mentale come un epifenomeno
del corpo. Per cui secondo questa prospettiva c' è chi sostiene che le
"tecniche del corpo" di cui abbiamo accennato prima, quelle di cui si
occupa l' antropologia teatrale, così come altre tecniche di manipolazione
e di cura psicosomatica, come lo Yoga o il Tai Chi, e a altro,
funzionerebbero per un effetto di tipo meccanico-digitale. In tal caso il
danzatore-padre doveva conoscere una tecnica automanipolativa per
controllare il suo stato psicofisiologico, nel senso di raffreddare il suo
ipotalamo e quindi diminuire la traspirazione. Si nota subito che in ciò
c' è qualcosa di fortemente riduzionistico, e che la validità interna
della soluzione neuropsicologica del mind-body problem desta
numerose critiche e perplessità.
Come allora possono funzionare
le tecniche psicocorporee che esploriamo nell' antropologia teatrale, o
comunque su quale principio si basa l' addestramento, il training e l'
esperienza psicocorporea performativa capace di far coincidere il soggetto
con l' azione, e di rendere quindi il 'corpo trasparente', nel senso di
cui abbiamo fatto cenno?
Bene, per cercare di
spiegarcelo veniamo al terzo 'fatterello', quello di natura mitologica,
poiché, come ha insegnato Platone, o anche il celebre semiotico russo
J.Lotman, il porre un discorso analogico accanto ad un discorso logico,
può far scaturire fruttuose ipotesi ed interessanti
riflessioni.
Si tratta di un mito teogonico
che tutti più o meno conosciamo, ma di cui può giungervi nuova l'
interpretazione che intendo qui proporre. Per rinfrescarci la memoria, in
due parole, veniamo dunque al mito. Esso racconta di Crono-Saturno, il dio
del tempo, colui che aveva separato ii Cielo-Padre Urano dalla Madre
Terra, colui che operò questa separazione evirando il padre Urano, il
quale dovette così abbandonare l' abbraccio voluttuoso con la Terra,
ritirarsi per sempre in cielo e lasciare così che sulla terra venisse una
luce dipanatrice delle nebbie, portatrice della possibilità di vita.
Dunque Crono ebbe per compagnia Rea, entrambi i coniugi sono riferiti al
pianeta Saturno e alla dimensione mentale del tempo. Ma Crono, ogni volta
che Rea concepiva un figlio se lo divorava. Egli aveva creato le
condizioni per la vita tra la terra e il cielo, eppure poi divorava la
vita per una sua voracità inarrestabile. Allora Rea per mettere a riparo
dalle fauci del Padre il neonato Zeus, escogitò uno stratagemma. Appena
nato, portò l' infante Zeus nell' isola di Creta e poi diede a Crono una
pietra avvolta in fasce di tessuto affinché egli la scambiasse per il
bebé. Infatti così avvenne ed egli se la mangiò. Altre leggende narrano
che un gruppo di guerrieri per ingannare Crono-Saturno incominciarono a
danzare e a cantare, in modo da occultare i vagiti del piccolo
Zeus.
Come possiamo interpretare
questo mito. Se noi consideriamo che i miti e gli dei sono
rappresentazioni di funzioni psichiche, di atteggiamenti archetipici (per
dirla con Jung e con Hillman) allora possiamo dire che Crono e Rea sono i
rappresentanti di una dimensione psichica che riguarda la temporalità,
ovvero la capacità della mente più tipica - capacità che il corpo non
possiede - di situarsi 'mentalmente' appunto, nel tempo e nello spazio
indipendentemente dal 'qui ed ora', dal presente e dalla situazione
concreta in cui si è. Questa capacità consente alla mente di svolgere una
funzione analitica e astrattiva rispetto al presente, consente di
interpretare il presente rispetto alla esperienza passata, di fare
astrazioni e predizioni per il futuro, di ipotizzare un altrove. Si tratta
dunque di una funzione della mente estremamente caratterizzante della
natura umana, della sua preponderante psichicità. Tuttavia il rischio di
questa qualità mentale saturnina, analitica ed astrattiva, è quello di
divorare la vita, di divorare la sensibilità. In tal senso Zeus
rappresenta la qualità vitale della mente, la sua natura sensibile che
coincide con la corporeità e con la capacità di essere qui ed ora nel
presente. Zeus è il centro dell' universo perché rappresenta una
esperienza oggettiva della propria soggettività, esso è l' energia vitale
che si manifesta in ciascuno di noi, indispensabile per costruire ogni
cosa e senza la quale non si può creare alcunché. La nostra cultura, e le
forme di scambio sociale, determinano un' ipertrofia delle qualità
saturnine analitiche, rispetto a quelle gioviali della sensibilità.
Difficilmente ci troviamo in una dimensione di coincidenza psicofisica tra
ciò che pensiamo e ciò che facciamo. Difficilmente adottiamo nel suo senso
più profondo il detto popolare - alla Rabelais direi - 'campa oggi che
domani Dio ci pensa', intendendo un modo di esserci che non è per oziare,
ma per vivere e partecipare con saggezza ad una realtà presente. Il
condizionamento socioculturale, politico, economico e semiotico delle
relazioni interumane e della relazione con noi stessi ci porta ad
esasperare la nostra capacità analitica a discapito della sensibilità,
dell' energia centrale-vitale. Percepiamo questa energia quasi solo nel
suo venir meno, quando siamo malati, quando stiamo per svenire o per
morire... ma difficilmente nella nostra cultura c'è un' attitudine a
coltivare questa energia e a preservarla. Attitudine che possiamo
rintracciare nei riti e nella saggezza della cultura popolare e contadina
e nei paradigmi di culture d' origine tutt' ora esistenti. Allora,
tornando al nostro mito, ecco che i trucchi escogitati da Rea e dai
guerrieri per ingannare Crono-Saturno e così far nascere Zeus, sono
metafore di tecniche escogitate dalla mente per ingannare la mente.
Bisogna dare alla mente qualcosa su cui concentrarsi affinché il sensibile
addormentato possa germogliare, questo qualcosa può essere una tecnica
psicocorporea o un' arte, nella quale possiamo esercitarci ad essere
presenti - qui ed ora - esercitarci a non disperdere le nostre
energie a livello analitico quando ciò è inutile, superfluo o non
funzionale per quanto attiene alla nostra operatività in quel momento e in
quel processo. Inoltre, questa dispersione della mente, questa evanescenza
virtuale della mente che seduce ad un atteggiamento di continua inaderenza
rispetto alla realtà vivente è un excessus mentis disfunzionale per
quanto attiene al quadro complessivo della nostra salute psicosomatica.
Tanto spazio viene dato all' analisi e al discorso, ai media intimi e di
massa, e molto poco all' esperienza diretta e all' umiltà che può derivare
da un sacrificium intellectus, da un silenzio della mente che
almeno di tanto in tanto possa farci prendere atto, magari con meraviglia
e con un senso di gratitudine, che qualcosa fa sì che il nostro cuore
batta e che il nostro respiro cerchi il suo ritmo naturale. Questa base di
vita, è presente in ogni nostro comportamento, e in ogni nostra analisi
mentale, che noi ne siamo coscienti oppure no; ma per il danzatore, per il
Performer, per l' artista lo sviluppo di questa coscienza è basilare al
fine di rendere il suo corpo trasparente e la sua azione tutt' uno con il
suo essere autentico. Questo 'essere autentico' emerge quando, attraverso
i trucchi di Rea e dei guerrieri, la mente abbandona il suo voler
essere, predilige di porre l' attenzione alle sue sensazioni
percettive, piuttosto che alle sue interpretazioni, e quindi sospende i
suoi pregiudizi, le sue pre-occupazioni e melanconie saturnine e
semplicemente si pone ad osservare la sua qualità sensibile, il principio
vitale su cui posa ogni cosa. Questo era il principio che aveva coltivato
in sé il danzatore padre dell' aneddoto grotowskiano, ed è questo
principio che l' antropologia teatrale cerca di investigare innanzitutto
sul piano dell' esperienza concreta e poi su quello delle parole. Così, a
questo punto, per quello che è lo spirito attivo di questa disciplina,
conseguente al principio di acuire la sensibilità al quale tanto
esortava Artaud - ma anche Stanislavskij, e poi Grotowski, Barba, Brook e
tutti coloro che hanno visto nel teatro una possibilità di esperienza e di
crescita umana che va oltre il teatro e lo spettacolo - e così dunque che
io ora vado a tacere, nella speranza che si moltiplichino le occasioni
concrete per fare e per esperire, da parte di ciascuno di noi, quello che
ho cercato di esprimere con l' analitico strumento della parola. Dico
ciascuno di noi perché il senso poietico del parateatro e dell'
antropologia teatrale non si rivolge tanto all' attore o allo spettatore,
ma all' essere umano di ogni professione e di ogni età. Voglio solo
aggiungere però, che anche quando la parola e la qualità mentale analitica
della mente sono utili e necessari, anche in questo caso, la sensibilità
può essere più o meno attivata, e se essa viene coltivata allenandoci all'
arte di essere qui ed ora (con pratiche e comportamenti affini alla
nostra natura personale), essa si manifesta anche nelle parole e nei
pensieri, e fa nascere un sentimento vitale, una coerenza tra
sensibilità e senso, che aspira a fare e trasformare, a conoscere e a
pensare con responsabilità e libertà. In questo senso la cura del corpo e
della sua sensibilità, può farci pensare ad un corpo protrettico,
un corpo reale e trasparente, che esprime una coerenza organica tra natura
vivente e cultura, impegno, umanità
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