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PERFORMANCE AND RITUAL ART |
I suoi lavori si configurano come ‘eventi’ che trattano della separazione vissuta tra i sensi e gli strumenti della conoscenza (percezione, ricettività, presenza) attraverso azioni e tecniche orientate a una ricerca ‘psico-corporea’ e ‘transmediale’. Dalla pratica di queste esperienze sono nati i progetti di performances e installazioni video-sonore realizzati spesso in spazi ‘atipici’ come garages, spazi industriali, ex ospedali psichiatrici, luoghi di culto, miniere, lavatoi pubblici. E’ stato tra i fondatori del Centro UH! e ha partecipato alla realizzazione di tutte le performances del gruppo. Ha realizzato trasmissioni sperimentali di drammaturgia radiofonica per conto della RAI e interventi di videoarte.
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di Pier Pietro Brunelli e Roberto Rossini in Harta Performing 1998 C'è
una relazione tra Possiamo
dire che la reazione artistica per il dissolversi
dell' aurea magico sacrale dell' arte è quella di incanalare le arti verso la
performance, cioè verso una interazione tra la vita dell' artista e il suo
atto creativo. Il corpo dell' artista, il suo
vissuto vengono collegati alla sua opera attraverso molteplici modalità
pratiche ed ideologiche, così ché l' atto creativo e il suo risultato
ritornino ad essere rivestiti di quel velo magico-sacrale, che per dirla con
Kierkegaard si ritrova nel valore assoluto e irripetibile della personalità.
In un certo senso Il raggio che congiunge il polo centrale con un polo situato sulla circonferenza è la rappresentazione essenziale della bacchetta magica. Essa è lo strumento che consente al mago di determinare stati e trasformazioni ponendo in collegamento il suo 'centro' interiore con il mondo fenomenico esteriore. Dunque, anche se è molto difficile da usare, tutti abbiamo questa bacchetta magica, poiché quel che si dice il 'raggio d'azione' della nostra vita dipende dal collegamento tra l' esperienza interiore e la situazione storico-sociale-ambientale... Dal punto di vista junghiano potremmo dire che la bacchetta magica è la 'funzione trascendente', cioè quella funzione psichica che collega l' inconscio con il conscio, e che si sviluppa durante pratiche creative di "immaginazione attiva" (attività performative plastiche, pittoriche, gestuali, musicali, poetiche). In tal senso la magia a cui ciascuno può avere accesso consiste nel rivelarsi di vie che conduncono a una condizione di equilibrio e quindi di maggior 'radiosità energetica', nel modo di essere nel mondo. Tuttavia vi è una differenza tra l' equilibrio statico e l' equilibrio 'acrobatico' (dal gr. 'che cammina sulle punte'), nel primo c'è un adattamento attraverso una via media naturale, nel secondo c'è una rottura di questo adattamento attraverso una via 'acro' (dal gr. 'estremo') cioè artificiale. La creazione artistica non è sempre acrobatica, essa infatti può fondarsi su canoni e atteggiamenti pre-formati e non per-formanti. In tal senso il Performer non si occupa solo della creazione artistica ma di trovare vie e modalità di accesso e di impiego delle energie performative, cioè quelle energie che nell' alchimia erano rappresentate dalla scintilla o dal fulmine che scoccavano dal congiungimento di elementi polari. Questo congiungimento è dato dalla bacchetta magica. Abbiamo detto che il Performer si serve di una 'speciale bacchetta magica', e speciale vuol dire che si tratta di qualcosa di diverso e di peculiare, rispetto a quella che ognuno ha nel quotidiano, ma anche rispetto a quella del mago, dell' artista, dell' attore o dell' alchimista. Questa diversità speciale non è data solo dalle condizione storiche e sociali, per cui ovviamente non esistono più maghi ed alchimisti, oppure perché vi è una differenza di rango nei confronti dell' uomo della strada, o ancora perché c'è una differenza di poetica nei confronti dell' artista o dell' attore. Si tratta invece di vedere nella performance un campo disciplinare para-artistico per cui il Performer è un viaggiatore del mondo interiore (entro-nauta come dice Frangione), ma è anche un cosmo-nauta nel senso di un facitore di mondi (come si potrebbe dire con Bollelli quando parla di "fare mondo"). La sua bacchetta magica è speciale perché non persegue una finalità propriamente magica, alchemica, artistica, psicologica, dato che egli cerca di sperimentare ed esperire un collegamento estremo (acrobatico), tra regioni non solo centrali del mondo interiore e luoghi e linguaggi seminesplorati del mondo esterno. Le conseguenze di questa esperienza-sperimentazione sono propriamente performative in quanto fenomeno di interazione tra mondo interno e mondo esterno, indipendentemente dal campo disciplinare in cui il fenomeno può essere inquadrato: arte, magia, rituale, spettacolo, guarigione, ecc. Si noti che questa polarità tutto-nulla della Performance la rende impermeabile alle de-finizioni e le dà un carattere di primarietà e di transmedialità irriducibile ai livelli spettacolari della teatralità e dell' oggetto esibito. Per questo motivo la bacchetta magica del Performer è quella di un apprendista stregone che opera con una lucida follia, o di un anacoreta senza religione, o ancora di un esploratore che cerca come perdersi... o tante altre cose ancora... Luoghi altrimenti indecifrabili della propria esperienza interiore diventano il centro da cui si irradia una inter-azione con il mondo esterno... così il Performer costruisce i raggi di una ruota che gira verso il non-noto, verso un uni-verso estremo... Perchè tutto ciò è necessario? E perchè tutto ciò non riguarda solo l' estetico e va ad interagire con esperienze para-artistiche che investono campi antropologici e socio-esistenziali, e questioni quali l' espansione di coscienza, la spiritualità, la liberazione...? In poche parole possiamo rispondere che il Performer non soltanto reagisce ad una perdita dell' aurea magico-sacarale dell' arte, ma ad una condizione epocale generale che si può avvertire nella perdita dello spazio simbolico e nel terrore massmediatico ed esistenziale che ciò comporta, sia a livello individuale che sociale. Il totalitarismo dei modi di produzione, l' ordine macabro e sorridente della pubblicità, i meccanismi subliminali del consumo, il dispotismo della segnaletica e l' illusione di paradisi virtuali, il pornografico prosciugarsi della personalità dinnanzi alla moda, l' informatizzazione dell' antagonismo come ultima ecatombe del politico, tutto conduce ad una 'micropsicoanalisi' della condizione umana che si rivela come servomeccanismo del nulla. Siamo vivi, ma senza senso, come in una beckettiana spazzatura di senso, rigidamente ripulita e differenziata in funzione di uno sterile ordine semio-economico e simil-biologico che ci appartiene sempre meno e a cui apparteniamo. Questo ordine Kaosmotico, come lo ha definito recentemente Guattari, è il tiranno contro cui il Performer combatte con l' obiettivo di "ristabilire il disordine". Questo disordine che vuol dire riappropriazione della organicità, e anche della libera attività a-razionalizzatrice dell' essere umano, è il necessario presupposto dell' 'azione di conoscenza' non condizionata, ma è infine l' indispensabile esperienza energetica per essere umani... In questo senso il Performer è anche un guerriero e un uomo di conoscenza, come ha detto Jerzy Grotowski (il quale può essere considerato l' ultimo grande innovatore dell' arte dell' attore e l''inventore' di pratiche e ricerche post-teatrali e parateatrali - ambito a cui si collega una tendenza psicologica e antropologica dellla ricerca sull' Arte dell' attore a partire da Stanislawskij ed Artaud, fino a Brooke, Barba, Rena Mirecka). Ma a questo punto possiamo osservare due grandi correnti che caratterizzano la pratica e il discorso attorno alla Performance, possiamo chiamarle: la corrente calda e la corrente fredda della Performance. La corrente calda è appunto quella grotowskiana e dell' ' antropologia teatrale', fino ad una serie di pratiche conoscitive e di cura del sé provenienti da antiche culture, e che investono diverse concezioni dell' arte terapia (ricordando però che il Performer ricerca l' equilibrio acrobatico per cui non cerca un ragionevole adattamento, ma piuttosto la trance e l' alterazione dello stato di coscienza, o ancora non il "processo di individuazione" di Jung, quanto la "patologizzazione" di Hillman). La corrente calda, in riferimento alla filosofia, è dunque espressa da una ricerca ontologica, quindi da una pratica che fa riferimento ad un lavoro sull' essere, sull' ampliamento dei suoi limiti, e quindi sulla sua esistenza psicocorporea; per cui l' opera d' arte del Performance diventa consunstanziale con il Performer, con una modificazione reale della sua struttura psicobiologica attraverso training ed esperienze, che vengono riassunte nell' idea di un Arte della vita. La corrente fredda, sempre in riferimento alla filosofia, esprime una ricerca gnoseologica, cioè una pratica che si evolve prevalentemente intorno a linguaggio. Anche quando è il corpo ad essere messo in gioco, come da Duchamp in poi, e quindi nella body-art o nelle action-poetry, e nelle varie forme di azione performativa esso è veicolo di linguaggio. Così, anche in Beuys, che può essere considerato il più caldo tra i 'performer freddi', prevale sull' effettivo straniamento comportamentale il residuo segnico comunicazionale della sua azione. Dunque se i Performer caldi lavorono prevalentemente a livello psicocorporeo su se stessi (in altri termini secondo una energetica introversa) e consequenzialmente per-formano gli stati del mondo, i Performer freddi lavorano sugli stati del mondo e consequenzialmente per-formano se stessi. In entrambe queste correnti che dipendono da attitudini personali e da campi espressivi che hanno differenti esigenze di indagine, ecco che ritorna la "bacchetta magica speciale" come raggio di congiunzione tra entità polari, tra luoghi gravitazionali e rotte orbitali, che si situano in mondi possibili o impossibili... poiché il Performer sa che nell' attuale ordine disarmonico solo l' equilibrio acrobatico non è impossibile. Il rischio involutivo della Performance è quello di irrigidire il confine tra la corrente calda e quella fredda, per cui la prima si chiude in un eremitico solipsismo esistenziale (della serie: 'lavoriamo su noi stessi' - e al fine solo per noi stessi e il nostroi egoismo travestito da 'inconscio collettivo'), mentre la seconda si riapre, seppure con diversi escamotage intellettuali alla esibizione e allo spettacolo (della serie: 'lavoriamo per comunicare con gli altri', eventualmente anche prostituendosi...). Concludendo, possiamo solo dire che, a questo punto, una ri-evoluzione teorico-pratica della performance potrebbe manifestarsi cercando di esplorare le diverse possibilità di collocare acrobaticamente la bacchetta magica speciale tra la corrente calda e quella fredda. Si tratta forse di costruire nuovi raggi per le ruote di bicicletta, o di imparare ad essere raggianti, quando si dà come quando si riceve, così come fanno la luna e il sole... Chissà, ma da tutto ciò potrebbe scaturire una miscela espolsiva, forse una scintilla o un fulmine, di cui probabilmente abbiamo bisogno per smetterla di morire mentre siamo vivi, oppure una carezza, senza la quale nulla è possibile... |